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Amicizia come valore o come bisogno?

“L’amicizia è l’arte di mantenere una giusta distanza mentre l’amore è l’arte di coltivare l’intimità” (Sigmund Freud)

Questa frase contiene tanti aspetti interessanti da trattare e non tutti possono essere subito d’accordo. Voi cosa ne pensate?

Sono molte le persone che mi chiedono dell’amicizia: cos’è e come riconoscere un vero amico?

Chi sono i nostri amici? O meglio chi sono i nostri veri amici?

Cos’è l’amicizia

In poche parole possiamo tentare di esprimere ciò che costituisce  il sentimento dell’amicizia: un legame forte con delle persone alle quali sentiamo di voler bene pienamente, non solo per le loro virtù e qualità ma anche per le loro debolezze. Ma è tutto qui?

Ho raccolto molte testimonianze secondo cui l’amicizia è paragonata ad un amore sia per intensità che per quello che dà, per la pienezza che aggiunge alla propria vita. L’amicizia è per alcuni come il grande amore: qualcosa di talmente raro, prezioso, che se capita una volta nella vita è già una fortuna. Infatti può assumere le qualità di un amore incondizionato che talvolta supera l’amore di coppia, soprattutto nei suoi aspetti di fedeltà: l’amico/a vero/a diventa il porto sicuro, il luogo in cui lasciarsi andare, la spalla a cui appoggiarsi, l’abbraccio che accoglie… (ora siate sinceri e rispondete) senza le complicazioni della passione o purtroppo privo di passione?

Spesso nelle interviste su riviste di vario tipo quando si chiede “Cosa dà senso alla tua vita?”, l’amicizia risulta essere in cima alla lista. Eppure, le dinamiche dell’amicizia sono misteriose e non quantificabili. Vari studi sociologici e psicologici hanno delineato il panorama delle forze che attraggono e legano gli amici gli uni agli altri, a cominciare per esempio dalla frequentazione e dagli interessi comuni, che sono le basi dell’incontro amichevole. Ma sono anche stati rintracciati particolari modelli di intimità che emergono tra amici, portando a dedurre che c’è “qualcosa di ineffabile” che eleva un amico allo status di migliore amico. E allora come la mettiamo con l’affermazione di Freud?

Diventare amici

Anni fa, alcuni ricercatori hanno condotto uno studio in cui hanno seguito le amicizie in un unico condominio a due piani. Le persone tendono ad essere amici con i vicini sui rispettivi piani, anche se quelli al piano terra vicino alle cassette postali avevano amici sui diversi piani. L’amicizia era meno frequente tra coloro che erano al primo piano e coloro che erano sul secondo. Come suggerisce lo studio, gli amici sono spesso quelli che condividono contesti con regolarità; i nostri amici tendono ad essere colleghi, compagni di classe, o la gente che si incontra in palestra.

Non è una sorpresa che i legami si formino tra coloro che interagiscono con regolarità. Eppure il processo è più complesso: perché abbiamo scelto di chiacchierare con una persona nella nostra classe di pilates e non con un’altra? La risposta potrebbe sembrare ovvia – a quella persona piace una certa musica come piace a noi, va spesso al cinema come facciamo noi, o condivide la nostra passione per la cucina ecc. E magari è una persona che ride alle nostre battute, e noi ridiamo per le sue. In breve, abbiamo delle cose in comune.

Ma c’è di più: c’è un passaggio che caratterizza il momento in cui due persone lasciano il regno della semplice “conoscenza” e “scambio di battute” per passare alla zona rarefatta della vera amicizia. Ecco che “Posso parlarti per un minuto?” possono essere le parole che segnano questo passaggio.

“Il passaggio dalla frequentazione all’amicizia è tipicamente caratterizzato da un aumento sia in ampiezza che in profondità della rivelazione di sé“, afferma il sociologo Beverley Fehr, della University of Winnipeg 2015: “Nelle prime fasi di amicizia, questo tende ad essere un processo graduale, reciproco. Una persona prende il rischio di rivelare informazioni personali e quindi fa un ‘test’ per verificare se l’altro ricambia.”

La reciprocità nella rivelazione di sé è la chiave dell’amicizia

Una volta che un rapporto di amicizia è stabilito attraverso l’auto-rivelazione e la reciprocità, il collante che lega le persone è l’intimità. Secondo la ricerca di Fehr, persone che hanno successo nel settore delle amicizie dello stesso sesso,  sembrano possedere una sviluppata comprensione intuitiva del dare e ricevere  intimità. Coloro che sanno cosa dire in risposta all’autorivelazione di un’altra persona hanno più probabilità di sviluppare amicizie soddisfacenti. Quindi chi è capace di esprimere emozioni e di fornire il sostegno incondizionato è in grado di costruire relazioni basate sulla accettazione, la fedeltà e la fiducia. Il nostro amico è lì per noi tra alti e bassi, ma da lui non sempre accettiamo passivamente i giudizi, infatti se un amico esprime troppe opinioni negative su come ci vestiamo, sul nostro partner o su altri aspetti della nostra vita può infastidirci. Di solito non si apprezzano i giudizi sulle proprie cose di vita, tranne nei casi in cui l’opinione è veramente, sinceramente richiesta per un confronto leale o per misurarsi con la posizione altrui.

Da un amico si apprezzano soprattutto i doni emotivi, invece i doni materiali devono essere commisurati al tipo di relazione che si è instaurata, e comunque è sempre bene considerare che “lo scambio di cose” implica spesso una relazione di potere: sia nella forma della seduzione, sia in quello della dominanza. Fehr ha potuto evidenziare che i partecipanti alla sua ricerca giudicavano come secondaria la possibilità che un amico potesse offrire un aiuto concreto in forma economica, per esempio ricevere 20 dollari di prestito o permettendogli l’uso della sua automobile. Il denaro in realtà non può comprare l’amore, questo si sa, ma in amicizia può addirittura comprometterla; quando si dà in termini emotivi e l’altro riconosce il valore della vicinanza, lo sforzo di esserci, la sincerità del movimento verso l’altro, questo conta di più, perché rinsalda una comunicazione intima. Il dono materiale è utile se richiesto e se corrisponde al sentire reciproco, in questo caso è generosità, altrimenti può rivelare un bisogno di sopraffazione umiliante, o una seduzione da cui ci si aspetta un ritorno, o una debolezza personale che porta gli altri a sfruttare la generosità e il tuo bisogno di essere utile.

È dare e non ricevere che ci fa valutare un amico di più. In uno studio classico, i partecipanti sono stati posti di fronte a delle situazioni per le quali potevano vincere dei premi in denaro. Più tardi il ricercatore si avvicinò ad alcuni di loro per spiegare che per poter realizzare quello studio, aveva dovuto utilizzare il proprio denaro e quindi ci aveva rimesso di tasca propria.  Poi parlando a tutto il gruppo disse che l’esperimento era terminato e che avrebbero dovuto restituire i soldi. Tutti i partecipanti avvicinati dal ricercatore furono d’accordo nel restituire i soldi vinti. Tutti gli altri invece protestarono e chiesero spiegazioni. Gli studiosi conclusero così che creare empatia e partecipazione nella comunicazione (il ricercatore parla di sé con alcuni partecipanti) è più importante del trattenere una vincita in denaro. Gli psicologi concordano sul fatto che il fenomeno deriva dal desiderio di conciliare sentimento e azione, e di vedere corrispondenza fra ciò che facciamo e ciò di cui siamo convinti, dal riconoscere realizzata l’etica sottostante alle nostre azioni: “Se aiuto questa persona, per me è una cosa buona, che mi riguarda, che mi arricchisce? Che dice qualcosa di buono su di me?”… Non so quanto possa piacere a tutti questa affermazione, vero?

Il migliore amico è come guardarsi allo specchio

Le relazioni sociali nei bambini e negli adolescenti sono centrate sugli amici tanto quanto su quelle familiari.  La parola “amico” emerge nella maggioranza delle persone a circa 4 anni.

Se la vicinanza costituisce la base di amicizia, è ovvio che il tuo migliore amico è qualcuno con cui ti piace coltivare una intimità… fuori misura! Questo porta ad elevare il livello delle aspettative che nutriamo nei suoi riguardi. Se si soffre per una situazione di emergenza, fisica, situazionale o emotiva, e abbiamo bisogno di parlare, ci aspettiamo che il nostro migliore amico debba mollare tutto e correre al nostro fianco, magari senza neanche chiederlo, che possa intuire e/o capire il nostro bisogno non dichiarato.

Secondo gli psicologi sociali Carolyn Weisz e Lisa F. Wood (Università di Puget Sound, Washington) c’è una componente che determina un forte attaccamento nell’amicizia oltre all’intimità:  il sostegno sociale all’identità, il modo in cui un amico capisce, e poi sostiene, il nostro senso di sé nella società o nel gruppo. L’essere riconosciuti come individui con determinate e personali caratteristiche che si esprimono realizzando una specifica identità all’interno di un ambiente sociale. Aspetti socio-identitari per esempio potrebbero riguardare la nostra religione, il nostro gruppo etnico, il nostro ruolo sociale, o anche l’appartenenza a un club speciale.

Weisz e Wood hanno dimostrato l’importanza del sostegno all’identità sociale, attraverso uno studio in cui hanno seguito un gruppo di studenti universitari da matricole fino all’ultimo anno. Durante questo periodo agli studenti è stato chiesto di descrivere i livelli di vicinanza, il contatto, e in generale il tipo di sostegno e supporto all’identità sociale fra gli amici dello stesso sesso.

I risultati sono stati molto interessanti.  Nel complesso, la vicinanza e il contatto costante, sono alla base di una buona amicizia durata nel tempo. Ma quando i ricercatori hanno cercato di definire il “migliore amico” attraverso la qualità di vicinanza, si sono resi conto che non era sufficiente a definirlo tale, invece era importante che ci fosse fra i due amici almeno un singolo fattore sociale a sostegno dell’identità. Migliori amici spesso facevano parte della stessa comunità, lo stesso gruppo di aggregazione, per esempio la stessa squadra di tennis. Non solo, hanno anche scoperto che gli amici che offrono tale sostegno potrebbero anche essere al di fuori del gruppo, ma comunque riconoscere e dare valore all’appartenenza dell’amico a quel gruppo. Per essere un vero amico e mantenersi al rango di “migliore amico” è necessario affermare l’identità dell’altra persona come membro di quello specifico gruppo: “Sei un vero cristiano”; o anche lo stato del gruppo stesso: “ho seguito con interesse la tua squadra anche nelle vostre trasferte”.

Insomma diventiamo migliori amici con persone con cui abbiamo una certa intimità, che aumentano la nostra autostima anche affermando la nostra identità come membri di certi gruppi, ed è lo stesso per entrambi i sessi.

Le due ricercatrici Weisz e Wood hanno stabilito che il nostro desiderio di sostegno all’identità è così forte, tanto che un amico può far la differenza per la persona che ha problemi di dipendenza (alcool, farmaci, affetti, cibo…). In un altro studio, hanno scoperto che le persone con problemi di abuso di sostanze erano più propense a cambiare abitudini nel momento in cui sentivano un conflitto tra l’uso di droghe, i loro ruoli sociali e il senso di sé. Coloro che si sentono socialmente in sintonia con l’uso della sostanza hanno meno probabilità di bloccarne l’uso. Infatti, le nostre identità sociali sono così importanti per noi che siamo disposti ad affrontare dei rischi pur di preservarle. Ci leghiamo a persone che sostengono la nostra identità sociale e ci allontaniamo da coloro che non lo fanno. Possiamo anche cambiare amici quando i nostri soliti amici non supportano la visione attuale di noi stessi.

La maggior parte di noi preferirebbe pensare che noi amiamo i nostri amici per quello che sono, non per i modi in cui essi sostengono ciò che siamo. Questa visione potrebbe sembrare vagamente narcisistica, ma il senso di sé, l’identità si appoggiano anche su aspetti “narcisistici buoni” o primari, come ci insegna la psicoanalisi moderna.

Vorrei inoltre considerare un’esperienza che ho spesso osservato: molte persone hanno l’impulso di cambiare amici e migliori amici quando la vita pone di fronte ad una grossa difficoltà, ad un trauma, ad un evento fortemente stressante. Per esempio parlando con donne operate di cancro al seno che hanno superato la malattia, mi riferiscono o elaborano nel corso del loro recupero alla vita, che la loro identità sociale come sopravvissute rimane così potentemente presente nel vissuto emotivo, che i loro legami primari di amicizia diventano quelli con altre persone che hanno avuto la medesima esperienza, le uniche persone che possono capire quello che hanno passato e provano comprensione reale dei propri sentimenti e della propria impostazione di vita. In generale i cambiamenti di vita inducono un cambiamento delle amicizie non solo in relazione agli eventi traumatici, ma anche dopo grandi eventi della vita come il matrimonio, la paternità e il divorzio si può facilmente cambiare il nostro migliore amico.

Chi resiste…

Purtroppo il passaggio dall’età giovanile a quella adulta non aiuta l’amicizia. Da bambini è fondamentale, da adolescenti è primaria e viene anche prima della famiglia e del partner, andando avanti con l’età lo spazio per l’amico può diventare molto piccolo. Si ha più esperienza di che cosa è e cosa non è un’amicizia, ma la realtà può essere struggente: delusioni, responsabilità, lavoro, famiglia, cura di genitori anziani assorbono tutto il tempo e le energie. Ci si rende conto che per mantenere un amicizia bisogna… farne un lavoro!

E allora è bene ricordare che per mantenere una vera amicizia è necessario:

  • Facilitare la comunicazione interpersonale. Dobbiamo essere disposti ad estendere noi stessi, per condividere la nostra vita con i nostri amici, per tenerli al passo con quello che sta succedendo a noi. Allo stesso modo, dobbiamo ascoltarli e offrire sostegno.
  • Fortunatamente, gli studi dimostrano che la vicinanza fisica, mentre aiuta a “fare amicizia”, ha scarso effetto sulla capacità di mantenere un rapporto di amicizia nel tempo. Trasferirsi in un altro stato non è come un tempo la fine di un’amicizia, grazie al web. Tra e-mail e telefoni cellulari con connessione a lunga distanza, siamo in grado di sentirci vicino. Anche se deve essere una comunicazione di qualità, altrimenti rende scarna la motivazione.
  • L’interazione è il terzo elemento essenziale che consente il mantenimento del rapporto. “L’attività specifica non ha importanza”, dice Oswald. “La cosa importante è quella di interagire.”
  • L’ultimo e più particolare comportamento necessario per mantenere gli amici è essere positivo. Come abbiamo visto, l’amicizia richiede la necessità di un’auto-rivelazione, ma questo non significa che abbiamo una licenza illimitata di sfogarsi dicendo il peggio. L’intimità che coinvolge la relazione amichevole deve essere piacevole, anche quando gli argomenti non sempre lo sono, bisogna sforzarsi di condividere con positività. Più una situazione è piacevole e ci arricchisce, più ci dà benessere anche nell’inquietudine e nelle difficoltà, tanto più siamo disposti a spendere quell’energia che serve per mantenerla viva.

Infine credo che le parole e la sensibilità di uno scrittore possano aiutarci a riflettere e a comprendere quanto sia importante avvicinarsi all’altro per saggiare la “sua” visione dell’amicizia. Ricordiamo infatti che “Vogliamo essere amati così come noi stessi amiamo. Ogni altro tipo di amore ci risulta sospetto.” (J.P.Sendker)

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