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La superstizione, le credenze, amuleti e realtà: una nuova interessante ricerca.

Perché alcune persone sono più superstiziose di altre?

Sappiamo che la paura e di conseguenza il bisogno di controllare la realtà, soprattutto quando la sua imprevedibilità può essere associata a potenziali pericoli, sono alla base della “illusoria ricerca di sicurezza e previsione” ossia della superstizione. Gli studi psicologici si sono soffermati da sempre, ora sull’impianto emozionale e ora su quello cognitivo alla base delle “convinzioni magiche” o superstizioni. Ci sono anche importanti studi antropologici che analizzano come e perché si sono instaurati alcuni modi di fare, alcune routine o riti e sono state fatte scoperte davvero interessanti. Ciò che è un punto in comune di tutte queste ricerche è la centralità della paura, della insicurezza,  del sentirsi o essere effettivamente alla mercé di ambienti, persone e situazioni pericolose. La superstizione, la credenza in amuleti o azioni magiche, renderebbe più agevole il confronto e l’esperienza con ciò che spaventa.

Oppure, come direbbe Freud, il pericolo esterno percepito come tale può essere una proiezione di “un mostro interiore”, di una paura interna che posta all’esterno e dominata attraverso il proprio comportamento rituale, la rende più manipolabile, più gestibile, più illusoriamente sotto controllo. E le illusioni possono essere davvero molto potenti!

La ricerca che illustro di seguito è stata pubblicata il 24 Agosto 2018, e pone l’accento sullo “stile cognitivo”. Infatti afferma che la superstizione si situa soprattutto in determinate condizioni, e una ragione potrebbe essere che alcune persone sono più inclini a costruire associazioni tra una determinata azione e un particolare risultato. Secondo questo studio, le persone superstiziose sono più suscettibili alle illusioni causali.

“La superstizione ha sempre catturato l’interesse delle persone che lavorano nell’apprendimento delle convinzioni umane (ad esempio, B.F. Skinner ha lavorato molto sull’argomento), probabilmente perché normalmente siamo sensibili a ciò che accade contingentemente intorno a noi, ma il fenomeno della superstizione rappresenta un’eccezione chiara e potenzialmente importante “, ha spiegato l’autore del presente studio Oren Griffiths, docente di psicologia presso la Flinders University.

Questo argomento è, secondo me, di grande interesse perché riguarda anche ciò che possiamo scoprire su come si forma l’illusione, perché spesso alcune sofferenze umane di coloro che si rivolgono ad uno psicoterapeuta, hanno alla base convinzioni  distorte sugli eventi della propria vita, e il primo passo di un lavoro su di sé è proprio quello di “respirare e mettere i piedi per terra, stare nel qui e ora e costruire la fiducia nella propria percezione al di là degli spunti interpretativi provenienti dall’esperienza passata”. Quindi sono molto interessata alla questione più generale del perché / come qualcuno potrebbe formarsi e sostenere una convinzione credibile su qualcosa di importante che non è ben supportato dalla propria esperienza diretta.

Lo studio è stato recentemente pubblicato sul British Journal of Psychology. I ricercatori hanno anche reso disponibili i dati dello studio sul sito Web Brain & Cognition Lab.

I ricercatori hanno esaminato come la superstizione fosse correlata alla percezione del controllo illusorio in un esperimento con 160 studenti universitari.

I partecipanti sedevano davanti allo schermo di un computer, che mostrava una lampadina e un pulsante che poteva essere premuto. Ai partecipanti è stato chiesto di valutare l’efficacia del pulsante nel far accendere la lampadina. Tuttavia, la lampadina si è accesa in modo casuale – si è illuminata altrettanto spesso quando il pulsante è stato premuto, come quando non lo era.

I partecipanti che hanno ottenuto punteggi più alti su una misura di superstizione erano più propensi a considerare il pulsante altrettanto efficace. I partecipanti meno superstiziosi, d’altro canto, erano più propensi a visualizzare correttamente, premendo il pulsante in modo non correlato al fatto che la lampadina si accendesse o meno.

“Di fronte a una potenziale causa (ad es. Sfiorare un interruttore) e un effetto potenziale (ad esempio una luce che illumina), che sono oggettivamente non correlati tra loro, le persone sono spesso convinte che la cosa sia correlata all’effetto”, ha dedotto Griffiths.

E’ davvero curioso quello che hanno osservato i ricercatori nel settore. Pensate: ci sono un certo numero di esempi nel” mondo reale “, come i pulsanti sul traffico effetto placebo! Cioè, quando si preme un pulsante a un semaforo per attraversare la strada, di solito quel pulsante non fa nulla (oltre ad alleviare l’ansia), ma la gente comunque preme il pulsante e alcuni ritengono che influenzi il segnale di “camminata”.

“Il nostro principale contributo è mostrare che questa comune tendenza a vedere una relazione causale (quando non c’è oggettività) è sistematicamente più forte nelle persone che sono superstiziose”, ha detto Griffiths.

Lo studio – come tutte le ricerche – ha alcune limitazioni.

“Una cosa che è stata osservata è sia un punto di forza che un punto di debolezza della ricerca stessa: questo studio ha usato deliberatamente uno scenario in cui le persone non hanno alcun investimento personale, ma che fa appello a una relazione causa-effetto esistente (cioè una luce accesa),” ha spiegato Griffiths .

La mancanza di investimenti personali potrebbe essere vista come una debolezza, perché le convinzioni paranormali o superstiziose di molti sono strettamente intrecciate con la loro identità (ad es. Sono una persona new age) o riguardano aspetti significativi della loro vita (ad esempio una persona può pregare o consultare presagi fortunati in occasioni importanti). Quindi si potrebbe sostenere che non abbiamo ancora catturato i tipi di eventi in cui le persone hanno più probabilità di essere profondamente superstiziosi, ossia dove c’è un investimento e/o aspettativa personale o affettiva, e questa questione di generalizzazione più ampia rimane in qualche modo aperta “.

“Inoltre, abbiamo usato uno scenario in cui si poteva facilmente immaginare una relazione causale adeguata (gli interruttori spesso illuminano le luci), mentre molte credenze superstiziose includono forze causali non comuni o non plausibili (ad esempio l’idea che pensare a qualcuno e incontrarlo subito dopo, abbia a che fare con capacità telepatiche). Quindi resta da vedere se lo stesso modello vale per gli scenari in cui non esiste un modello di causa-effetto pronto all’uso “, ha detto Griffiths.

“Detto questo, non abbiamo scelto per caso lo scenario delle luci di commutazione. È comunemente usato in letteratura. Ancora più importante, l’abbiamo scelto perché è una situazione in cui le persone non sono personalmente investite “.

“Questo è importante perché le convinzioni paranormali e superstiziose possono a volte essere mantenute in virtù della cosiddetta dissonanza cognitiva (cioè se io sono il tipo di persona che crede nella fortuna, posso dire che il presagio “X” porta la mia squadra a vincere per motivi di coerenza con le mie convinzioni, anche se non percepisco che ci sia una vera e propria relazione causale). Usando uno scenario emotivamente più neutro, ci ha fornito una misura più “pura” della percezione causale “, ha spiegato Griffiths

Gli psicologi hanno osservato che anche quando le persone riconoscono che la loro superstizione non ha senso, continuano a credere nella sua efficacia. Le nuove scoperte, insieme a ricerche simili, possono aiutare a spiegare perché.

Questo risultato si associa perfettamente con l’osservazione di Fernando Blanco secondo cui le persone che sostengono le convinzioni paranormali tendono a comportarsi in modo diverso in “esperimenti di contingenza” in laboratorio. Blanco dimostrò che coloro che credono al paranormale, tendevano ad avviare la causa (“premere il pulsante”) più spesso, e che questa tendenza da sola poteva spiegare le illusioni causali vissute da coloro che credono nella superstizione.

Il risultato dell’attuale ricerca è il complemento di questo: hanno controllato il comportamento di tutti i partecipanti in modo che fosse più o meno lo stesso per tutti, e hanno rilevato un pregiudizio nella percezione causale tra le persone superstiziose.

Insieme, queste scoperte suggeriscono che ci possono essere due meccanismi complementari in gioco nella superstizione: c’è una tendenza generale a vedere la causalità dove non ce n’è, e quindi una tendenza secondaria a dare seguito a quella relazione (ad esempio premendo il pulsante più frequentemente) che si traduce in una risposta dell’ambiente che tende a sostenere la convinzione errata iniziale .

Nel loro studio, i ricercatori hanno anche sviluppato e convalidato una nuova misura di superstizione: il questionario sulle credenze superstiziose.

Lo studio, “La superstizione predice la percezione del controllo illusorio” è stato scritto da Oren Griffiths, Noor Shehabi, Robin A. Murphy e Mike E. Le Pelley e pubblicato il 24 Agosto 2018 su British Journal of Psychology.

Intimità e sessualità femminile dopo la malattia

Intimità e sessualità femminile dopo la malattia

Affrontare un tumore non è mai facile, e per una donna particolarmente, soprattutto quando la malattia colpisce organi legati alla sfera sessuale o riproduttiva (come nel caso dei tumori ginecologici e del tumore al seno).

Improvvisamente ci si trova a dover gestire non solo la paura della malattia e dei trattamenti necessari alla guarigione, ma anche le inevitabili conseguenze sull’immagine corporea, che possono abbassare l’autostima, nonché le inevitabili conseguenze sulla sfera sessuale e sull’equilibrio della vita di coppia.

Premessa: Il corpo della donna e il vissuto psico-sociale.

Per secoli, e in parte ancora oggi, lo spazio riservato alla donna e al suo essere corporeo, è stato ricavato all’interno del nucleo familiare, con una specifica riguardante il “come” deve essere e “come” dovrebbe idealmente comportarsi. Quindi uno spazio, un corpo e un comportamento declinati in base ad aspettative socio-familiari che rispondesse a prospettive di riproduzione, accudimento e sopravvivenza del nucleo familiare stesso. Un ruolo importante certo, ma che si portava dietro una mortificazione del corpo “naturale”, in quanto legato principalmente all’oggettivazione dei desideri della società, dell’uomo, del padre ecc. Oggi, in occidente la relazione uomo-donna si è modificata in virtù di una emancipazione del femminile e di una ricerca paritaria della comunicazione fra i due sessi; inoltre il peso sociale del contributo femminile si è ampliato includendo anche la donna nella forza-lavoro e vedendola anche come generatrice e fruitrice di cultura.

La donna vede così la sua posizione e realizzazione nell’ambito socio-familiare maggiormente equilibrata, almeno per ciò che riguarda i diritti, tenendo conto che esistono organismi di tutela (per es. le pari opportunità) che lavorano in tale direzione e sostengono quindi il cambiamento, non già totalmente avvenuto ma senz’altro in atto. Tale processo storico-sociale in divenire ha portato la donna a “recuperare” la natura del suo corpo e a elevare ciò che riguarda corpo e comportamento, ad un livello di consapevolezza sempre più evoluta ed in evoluzione. Naturalmente, non vediamo questo percorso come privo di ostacoli; ricordiamoci che ancora oggi il corpo della donna è a rischio costante di violazione, e che purtroppo l’equilibro e il rispetto fra sessi deve ancora totalmente compiersi. Ed è per questo che le cronache sono ancora oggi specchio di una realtà di soprusi e abusi sulle donne.

Il corpo della donna come simulacro estetico, come centro dell’attenzione mediatica, come esposizione e richiesta di determinati canoni estetici, è centrale nelle nostre comunità attuali, e questo forse fa aumentare le preoccupazioni estetiche e il voler somigliare a modelli ideali; o comunque, tali modelli diventano un riferimento nella visione della propria femminilità esteriore. Natura e richiesta di canoni estetici particolari si intersecano nella vita della donna, che oggi ha dunque un altro compito: definire il sé corporeo in una rappresentazione sociale.

Il seno e il suo significato

Sarebbe ora di introdurre il significato del seno della donna nella nostra cultura e a quali vissuti emozionali e psicologici esso rimandi. Il seno, simbolo da sempre di femminilità, fertilità, maternità, è oltremodo rappresentato e vissuto come un attributo sessuale principe, con tutte le conseguenze che possiamo descrivere e immaginare. Immaginario collettivo, valori estetici, mezzo per propagandare abiti e moda, cosmetica, chirurgia plastica.

Come viene declinato nel vissuto personale tutto questo quando a una donna viene diagnosticato un tumore al seno? E quando dovrà essere fatto un intervento, più o meno demolitivo? E quando dovrà proseguire con terapie e/o ricostruzione?

Vissuto emozionale e psicologico della ferita estetica

Le considerazioni precedenti riguardo al seno quale simbolo sociocomunicativo del femminile, fa parte della esperienza di ogni donna, anche se ciascuna donna mutua queste rappresentazioni secondo il proprio modo di essere più o meno passivamente. Tutto questo non può non incidere sulla psicologia di una donna quando le viene diagnosticato un tumore al seno; per cui, oltre a dovere gestire la paura e le conseguenze della malattia si trova a fare i conti anche con il risultato estetico post-intervento. Per quanto possiamo decondizionarci dagli stimoli a cui siamo esposte nella nostra realtà sociale, siamo inserite in un ambiente che esalta la perfezione del corpo, che offre modelli ideali sempre più perfetti. Questo non sarebbe un problema e sarebbe solo un andamento dei tempi, se non fosse che ai canoni estetici spesso, in molte donne, si sovrappone l’autostima. Tanto più si è rispondenti ai canoni estetici previsti tanto più ci si sente adeguate.

E qui sta il problema! L’autostima è un concetto ampio, che integra diversi aspetti della vita di una persona: gli apprendimenti, le prove, le responsabilità, le capacità e la percezione individuale del proprio valore. L’autostima non può essere ridotta solo ad una corrispondenza con un’estetica idealizzata senz’anima. L’autostima è un concetto caldo, completo, un abbraccio che la persona si dà anche e soprattutto quando sbaglia; l’abbraccio che non si ferma certo lì, ma che consente di andare oltre l’errore, è il credere alla prismaticità della personalità e non alla statuarità.

 

intimità dopo la malattia
“Sono un prisma ho tante facce, alcune mi piacciono altre no, ma le accetto; alcune sono considerate dagli altri, altre no, ma non dipendo dalla loro approvazione; alcune corrispondono a degli ideali estetici, altre no, perché sono modi personali di essere; ogni essere è individualmente distinto dagli altri e io non sarò perfetta, ma sono unica”.

La sessualità: fra corpo e vitalità

Sembra naturale rispondere a queste domande: perché proviamo attrazione sessuale? perché il piacere sessuale è così diverso da altri piaceri? È una parte “naturale” della vita, un bisogno fisiologico come mangiare e dormire, vero. Eppure, è complicato e particolare nel vissuto di ciascuna di noi. Il concetto di base di Freud riguardo la sessualità è quello che la considera come un’eccitazione che proviene dagli organi, in particolare dalle zone erogene, da cui ne consegue un’eccitazione, che implica una necessità di essere scaricata. Il concetto di eccitazione e di scarica sono basilari nella concezione freudiana della sessualità. La scarica dell’eccitazione sarebbe l’origine del soddisfacimento; anzi, il soddisfacimento consisterebbe nella scarica. In questa concezione Freud fa riferimento a sostanze biochimiche, ancora da scoprire, responsabili di quanto accade a livello psicologico, quindi il concetto di libido e di pulsione. La psicoanalisi sta oggi abbandonando la teoria energetico-pulsionale a favore dell’”apprendere dall’esperienza” nella relazione con gli altri.

Gli studi sull’identità di genere di Stoller dimostrano che l’orientamento sessuale è “appreso” dalle relazioni con i genitori, così come qualunque altro apprendimento del bambino. La dimensione sessuale si origina dunque nelle relazioni della prima infanzia e ha a che fare con gli oggetti interni primari. Dunque, ha a che fare con l’intero sviluppo della mente. Quindi, esiste una dimensione istintuale ma la sessualità è anche appresa, come sappiamo osservando la sessualità animale. Inoltre, sappiamo che nella sessualità umana l’affettività si evidenzia come fondamentale. La dimensione sessuale è costituita da costruzioni psichiche che, memorizzate nello sviluppo di un individuo, e pur in perenne trasformazione, si sono stabilizzate come strutture costituenti la sua sessualità.

Il piacere, come dimostrato dagli studi della psicologia sperimentale di questi ultimi cinquant’anni, non dipende da recettori o da dispositivi neurofisiologici (come invece avviene per il dolore), ma è una qualità attribuita psichicamente dal soggetto ad una esperienza, esterna o interna. Il piacere sessuale non fa eccezioni rispetto a qualunque altra esperienza piacevole. Allora, occorre lavorare anche sulla sensorialità che evoca piacere e sull’apertura mentale e accettazione.

Una stessa stimolazione a seconda del contesto può essere erotica e non erotica, piacevole e spiacevole: uno stesso stimolo può essere erotico e piacevole, erotico e spiacevole, non erotico e piacevole, non erotico e spiacevole, a seconda del contesto. Dunque, non è lo stimolo che dà la qualità dell’eros, ma la codifica che noi facciamo dell’esperienza. Quanto soggettivamente esperiamo come sessuale è dunque tale per un significato che noi attribuiamo ad una data esperienza, e non per fattori biologici.

In questa prospettiva dobbiamo porre attenzione al fatto che l’evento “piacere” ci sembra semplice laddove invece non lo è affatto. È invece uno stato emotivo molto complesso e multidimensionale. Ogni comportamento e quindi anche quello sessuale è espressione di un confronto fra tendenze innate a perseguire determinate mete e le memorie di precedenti interazioni fra individuo e ambiente.

L’affettività si origina nell’infanzia a partire dal sistema motivazionale dell’attaccamento, che è finalizzato all’ottenimento di aiuto e vicinanza protettiva da parte di un’altra persona che per il bambino è la mamma. Il sistema si attiva e assume il controllo di emozioni e comportamento nelle situazioni di dolore, pericolo, percezione di vulnerabilità e protratta solitudine. È legato all’accudimento e al prendersi cura dell’altro. L’empatia deriva da questa interazione. Il sistema motivazionale interpersonale sessuale è finalizzato alla formazione e al mantenimento della coppia sessuale con il valore biologico della riproduzione e del sostentamento della prole. Ma il calore, l’accoglienza, l’empatia, la comprensione, sono fondamentali per la riuscita della relazione.

La ricerca scientifica e la speranza

Secondo una recente ricerca, l’insufficienza ovarica precoce associata ai trattamenti terapici è un fattore importante nella disfunzione sessuale in giovani donne sopravvissute al cancro al seno. Ricordiamo che il termine insufficienza ovarica precoce o prematura si riferisce ad una perdita della normale funzione delle ovaie prima dei 40 anni. Se le ovaie vengono colpite da questa condizione, non riescono a produrre livelli normali di ormoni estrogeni. L’infertilità è il risultato di questa alterazione.
“Il grande colpevole della disfunzione sessuale è il dolore vaginale durante il rapporto sessuale, che è la conseguenza della chemioterapia associata a menopausa precoce o disfunzione ovarica”, ha detto la ricercatrice Ann H. Partridge, direttore del programma di sopravvivenza cancro nell’ adulto presso la Harvard Medical School, a Boston.

“Molte giovani donne restano in silenzio, quando soffrono di disfunzione sessuale dopo essere stati trattate per il cancro al seno, non si esprimono, non ne parlano con nessuno. Le pazienti dovrebbero sentirsi in diritto di portare questa tematica agli operatori – medici, oncologi, psicologi, terapisti. Molte donne raccontano di essere grate per essere vive, e non vogliono affrontare la problematica ma neanche avere dolore con l’attività sessuale”, ha spiegato.
Il trattamento associato alla menopausa precoce può essere un duro colpo per le giovani donne, causando questa disfunzione sessuale, infertilità, e molte altre questioni relative alla qualità della vita, notano la Dott.ssa Partridge e i suoi colleghi.

Il loro studio, che è la più grande analisi del funzionamento sessuale durante il periodo post-trattamento in giovani donne con cancro al seno, è stato pubblicato online il 28 maggio 2016.
È certo che i trattamenti contro il cancro al seno continueranno a mettere le giovani donne a rischio per alcuni cambiamenti fisiologici e disfunzioni sessuali correlate.
Nel loro studio, la Dott.ssa Partridge e colleghi hanno cercato di identificare i fattori associati a peggiori risultati sessuali in donne giovani. Lo scopo finale era quello di identificare gli obiettivi di intervento e, eventualmente, ridurre al minimo il rischio di problemi a lungo termine, come ad esempio l’atrofia vaginale.

A tal fine, i ricercatori hanno esaminato 461 giovani donne sotto i 40 anni sopravvissute al cancro della mammella in premenopausa; si tratta di uno studio prospettico a cui le donne sono state chiamate a partecipare per aiutare se stesse e le altre. Le partecipanti hanno completato il questionario sul sistema di valutazione della riabilitazione del cancro (CURE). Le donne che hanno fatto chemioterapia continuativa e sperimentato amenorrea avevano la disfunzione sessuale più elevata.

Questo ci illumina sul fatto che il fattore psicologico non è primario, non è la volontà della donna a venir meno, non è solo la tristezza, la paura e la depressione che inducono la riduzione del piacere sessuale della donna operata di cancro, bensì l’origine è associata alle cure e alle conseguenze delle cure.
Quindi c’è la speranza che i nostri ricercatori possano riuscire a trovare delle sostanze che aiutino a ridurre le conseguenze sul piano fisico, delle terapie cliniche e/o salvavita. È chiaro che l’inibizione psicologica, la paura e la vergogna sono variabili importantissime, e che lavorare sull’elaborazione emotiva dell’evento aiuta ad affrontare meglio la vita e le relazioni, aiuta ad elevare la qualità di vita in generale. Resta però da considerare che la donna può essere vittima di una immane sofferenza fisica durante il rapporto sessuale post-intervento.

Separazione

Separazione: cosa si nasconde dietro la fine di una relazione?

La separazione è quasi sempre vissuta dai membri della coppia come un avvenimento traumatico, quasi un lutto. In che modo è possibile, quindi, aiutare una coppia a superare la fine di un amore? Analizziamolo insieme.

“Se fossi sicuro di dover condividere l’immortalità con certa gente, preferirei l’oblio in camere separate”. K. Kraus

È fuori di dubbio che la rottura di un legame affettivo porti ad un riassetto del mondo emotivo di entrambi i membri della coppia.   A volte il legame poteva essere addirittura garanzia dell’equilibrio psichico di uno o entrambi i membri. La separazione fa saltare quella stabilità che deriva dal sentirsi nella dinamica del dare e ricevere affetto e aiuto, stabilità che proviene anche dal condividere spazi e tempi, amici e familiari. Può mettere in dubbio il valore individuale, far sentire rifiutati o falliti.

separazione2In psicoterapia la separazione viene vista come un lutto e si affronta come l’elaborazione del lutto. Bisogna lavorare affinché tutte le emozioni collegate alla perdita affettiva vengano trattate, rese consapevoli, collocate in un quadro di insieme che dia significato al vissuto e consenta poi di lasciarlo andare, di chiudere con il passato e guardare avanti. Spesso possono emergere veri e propri traumi che, anche in questo caso richiederanno una metodologia e tecniche dedicate alla elaborazione evolutiva del trauma.

L’intollerabilità della sofferenza può portare ad alzare delle difese inossidabili, in cui la ferita si trasforma in necessità di ferire, se stesso o l’altro. Solo se sappiamo unirci sappiamo anche separarci, ma è vero anche il contrario, solo se sappiamo separarci possiamo ri-unirci. Ma non è un “sapere” sul piano cognitivo.

È un sapere dell’anima, del mondo emotivo, del rapporto con se stessi. Ecco perché a volte la volontà di separarsi non è veramente bisogno di separarsi dall’altro, bensì bisogno di non incontrare più parti proprie con le quali si è in conflitto.

E non riuscendo a risolvere tale conflitto interiore si cerca un “oggetto” esterno da lasciare, con l’illusione di aver risolto scenari interni drammatici – consci o inconsci. Anche l’unione può portarsi dietro il desiderio di risolvere ciò che il sé ritiene incompiuto. La possibilità di stare e mantenere un legame o di non restare nel legame, non ha solo a che fare col sentimento d’amore. I sentimenti resistono se c’è crescita, tolleranza all’altro, equilibrio fra dipendenza/indipendenza e intimità/unione.

Attenzione però: i sentimenti si bruciano se non accompagnati dalla consapevolezza, anzi si possono trasformare nel loro opposto: il rancore, la rabbia, la disistima. Giungendo a volte a comportamenti distruttivi, che il mondo dei giudici e avvocati conosce benissimo.

Distruttivi al punto da portare a quella situazione che viene denominata PAS (Parental Alienation Sindrome ), sindrome da alienazione genitoriale. Non è una vera e propria patologia, ma un insieme di azioni realizzate da una coppia di individui che, forse, non ha più niente in comune, tranne l’intolleranza alla frustrazione e la non coscienza delle conseguenze delle loro azioni manipolatorie sui figli.

Nell’aiutare le coppie a gestire con successo la fine della loro relazione, è essenziale comprendere le dinamiche esistenti all’interno della famiglia, perché queste influenzano fortemente cosa succede nel processo di separazione e cosa succederà dopo. E’ fondamentale concettualizzare eventi che possono sembrare irrazionali e paradossali all’interno di un quadro che dà significato e senso a questi eventi.

Ma cosa vuol dire gestire con successo? Il dolore, la tristezza, la rabbia possono scomparire? Come si può indirizzare il vissuto conflittuale in modo tale che possa essere utile a entrambi i membri della coppia per stimolare la propria personale crescita e consentire il dialogo post-separazione?

Come giustamente hanno affermato due autori Ahrons e Rodgers (1987):

“I matrimoni possono essere interrotti, le famiglie, specialmente quelle in cui ci sono bambini, continuano dopo l’interruzione coniugale … Lo fanno concentrandosi sui due genitori ex coniugi che si trovano in nuclei familiari separati, due nuclei a cui si devono riferire sia bambini che genitori, così come altri.”

Il dialogo allora si rende necessario soprattutto quando ci sono di mezzo dei figli che d’ora in poi si confronteranno con una sorta di  “famiglia binucleare”.

Cancro al seno - ottobre rosa

Cancro al seno: come migliorare la qualità della propria vita anche dopo la malattia?

Anche quest’anno torna il periodo dedicato ad un tema importante e delicato, quello del cancro al seno: con l’Ottobre Rosa, infatti, cogliamo l’opportunità per fare prevenzione, informazione e sensibilizzazione sull’argomento. Ed ecco perché anche io mi trovo a trattare questa tematica, ponendo l’accento sul miglioramento delle condizioni di vita delle donne affette da questo terribile male.

Attualmente medici e scienziati si chiedono come mai nonostante l’aumento delle scoperte di malattie e delle possibilità di curarle, nonostante la tecnologia che aiuta ogni attività del nostro quotidiano, nonostante il miglioramento dell’accesso alle informazioni, ecc., la vita di molte persone risente ancora di quel “mal di vivere” che elimina la gioia del vivere stesso.

E così, negli ultimi vent’anni, si è sviluppato un modo di guardare ai pazienti e al loro corpo non solo come eliminazione della malattia ma come attivazione di una qualità di vita: ecco quindi che si cercano quei punti di forza che possano supportare la guarigione, e non soltanto andando a sopprimere i punti di debolezza. Si parla in questi casi di educazione alla salute invece che di cura di una malattia.

La medicina ha sempre posto l’attenzione sulla patologia, lasciando da parte l’esperienza della malattia e le sue sequele psichiche.

Oggi è invece possibile dimostrare scientificamente che, dando attenzione terapeutica agli stati emotivi del paziente mentre si cura la loro condizione fisica, è possibile aumentare l’efficacia dei trattamenti e mantenerli costanti nel tempo per ripristinare possibilmente una soddisfacente qualità della vita .

Gli elementi che contribuiscono al miglioramento della qualità di vita della singola persona o di un gruppo sono molteplici; pertanto, questo è un concetto multidimensionale e multidisciplinare che descrive la piena e completa soddisfazione nei riguardi della propria vita. Non dal punto di vista obiettivo di osservazione esterna, quanto piuttosto una “valutazione soggettiva” che necessita del giudizio del diretto interessato.

Lavorando con le donne che hanno vissuto l’esperienza della malattia oncologica, ho voluto approfondire l’area concernente le disposizioni di vita tipiche che inducono alla ricerca di uno psicoterapeuta da parte delle donne. In particolare mi interessava comprendere cosa accade a una donna che ha una bassa qualità di vita e quali sono le sue conseguenze sul piano psicologico.

 

E’ chiaro che una persona che si ammala possa assistere ad un brutale abbassamento della propria qualità di vivere, tuttavia abbiamo notato che alcune persone reagiscono meglio di altre e questo non è solo dovuto “al loro carattere”. ma alle risorse che erano disponibili prima di ammalarsi, quindi anche al tipo di vita che conducevano.
Ho raccolto in letteratura la cosiddetta “Tipologia dei fattori di rischio per il disagio psicologico nella donna” :

 

 

1. Sovraccarico di lavoro e responsabilità
2. Restrizione/assenza delle attività e degli interessi personali
3. Restrizione/mancanza di relazioni e persone esterne di riferimento
4. Giudizi svalutativi da parte del contesto
5. Percezione soggettiva di incapacità
6. Riduzione/assenza del progetto personale
7. Presenza di malesseri fisici (oppure di una vera e propria malattia come quella oncologica)

Questi fattori sono stati enucleati come elementi di rischio per la patologia psichica e sono risultati essere fortemente collegati con il “disturbo psichico”.
I sette fattori non sono, però, elementi fissi e statici della vita della donna: essi sono in movimento ed in relazione tra loro, per cui a seconda della loro consistenza, qualità, composizione ed interrelazione possono dare luogo ad un disagio di differente ordine e grado.

Il primo fattore è il carico di lavoro o meglio il sovraccarico di lavoro caratterizzato dal lavoro familiare e dalla sovrapposizione del lavoro familiare con il lavoro extrafamiliare. Attorno ad esso si compongono e prendono posizione gli altri fattori.

Il secondo fattore, immediatamente connesso con l’assunzione di un determinato carico di lavoro, è la frequente riduzione degli spazi di interesse personale.

Il terzo fattore è la mancanza di gruppi o persone alleate, con punti di vista favorevoli a quelli del soggetto. La mancanza di una rete relazionale siffatta e specifica è connessa con l’assunzione di carichi limitanti la libera espressione di sé.

Artcolo Ottobre RosaIl quarto fattore è quello costituito dalla riduzione progressiva di un progetto personale per alcune persone diviene chiusura e fallimento del progetto personale in toto. Il quinto fattore é quello rappresentato dalle percezioni soggettive di incapacità personale, è quando si mettono in dubbio le capacità personali: la persona comincia a sentirsi incapace e inadeguata e viene meno l’autostima.
Il sesto fattore é quello costituito dai giudizi svalutanti espressi dal contesto. Infine il settimo fattore è quello costituito dai segnali fisici di stanchezza quando non sono più interpretati come normale reazione ad un carico eccessivo, ma come evidenze patologiche che segnalano l’ingresso del corpo e della mente nel circuito della patologia.

 

 

La stanchezza può essere accompagnata dalla perdita di una motivazione personale e del valore di sé.

E’ purtroppo noto quanto la malattia stessa induca delle conseguenze sul piano psico-fisico. Sul piano fisico, invece, la situazione va valutata caso per caso.
Sul piano psichico siamo in presenza di uno stress emozionale, e grazie a vari strumenti di misurazione, o comunque un buon colloquio con un/a psicologo/a, è possibile avere un quadro più chiaro riguardo a stati di:

1) tensione-ansia
2) depressione-malinconia
3) ira-ostilità
4) energia-attività
5) fatica-inerzia
6) confusione.

Fare una buona analisi sulla propria qualità di vita, prima di ammalarsi, aiuta le possibilità e potenzialità di recupero dopo la malattia. Mentre attenuare le condizioni di sofferenza psico-fisica migliorerà la percezione individuale collegata allo stato di sofferenza. E in questa complessità sistemica fra il prima e il dopo, fra percezione ed elaborazione, si potranno meglio attivare le proprie risorse di resilienza e ricostruzione.

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Mindfullness Gabriella Manno

Approccio Mindfulness: cos’è e come possiamo applicarlo nella nostra vita?

Spesso siamo immersi nei ricordi del passato, oppure passiamo troppo tempo a progettare il futuro per ricordarci che il presente è l’unico tempo che abbiamo a nostra disposizione. L’approccio Mindfulness, però, ci può aiutare a rientrare in contatto con la realtà che stiamo vivendo, e diventare un aiuto prezioso per le nostre vite.

C’è una storia interessante su una donna inseguita da una tigre. Lei corre per salvarsi la vita e arriva al limite di una scogliera. Qui nota una vigna robusta e scende giù dalla vite per sfuggire al suo inseguitore, solo per rendersi conto che c’è un’altra tigre in fondo alla montagna che la sta aspettando!

Poi vede due topi correre fra le viti, rovinandole e mentre le osserva nota una fragola, una fragola selvaggia, che cresce proprio lì ad un centimetro di distanza. Guarda in alto. Guarda giù. Guarda i topi. Poi, mangia la fragola.

Un sapore succulento si spande nella sua bocca, e lei sente i minuscoli semi tra i denti. C’è un placido vento tutto intorno e nota che una brezza leggera le accarezza la pelle e  i capelli, mentre guarda l’orizzonte gustando con la vista, il corpo, le emozioni quell’istante.

Questa vecchia e ben nota storia buddista veniva raccontata agli studenti principianti e ha sicuramente diverse interpretazioni. Ma la cosa che si percepisce è che si tratta certamente di una storia di consapevolezza.

La consapevolezza è una “consapevolezza dell’esperienza del presente pulita da qualunque giudizio“.  La protagonista non “resta” nel passato (la tigre che la insegue – il trauma) o si proietta nel futuro (la tigre che la aspetta – ansia) ma è attratta dal presente, la fragola e ne gode, potremmo dire, oggetto, azione e contesto.

MindfulnessLa consapevolezza è un concetto buddista di 2.600 anni che è stato solo recentemente valorizzato in molteplici impostazioni cliniche, portando a molti risultati positivi. Nella pratica spirituale si dice che sia l’antidoto all’illusione. Si scopre che quando stiamo prestando attenzione a “che cosa è”  in questo momento e non la giudichiamo, non siamo ossessionati da tutti i pensieri negativi che potrebbero invaderci nella nostra situazione attuale (ruminazione) o portarci a preoccuparci di potenziali futuri disastri.

Siamo semplicemente qui, ora, notando ciò che è senza giudicarlo.

La teoria della Gestalt ha sviluppato grandemente questo concetto realizzando un metodo e una serie di tecniche per il lavoro psicoterapeutico. Gli effetti della consapevolezza nel qui e ora, hanno molte implicazioni (anche in rete si trovano molti studi psicologici, neurologici e altro). Ma non è facile spiegare a parole i benefici che ne derivano. Bisogna sperimentare.

Le nostre menti tendono a essere ossessionate dai problemi, mettiamo in atto strani giochi per cercare di controllare cose che non possiamo controllare:

Se finisco in tempo questo lavoro la sera succederà qualcosa di buono, se mi alzo col piede destro avrò una bella giornata.

Ci chiudiamo alle possibilità di usare al meglio il nostro potenziale di problem solving bloccando la creatività in regole e aspettative. Invece il nostro stato naturale è quello di espandersi, di esplorare, di aprirsi al nuovo.

Con una mente distratta, ci manca molto di ciò che è possibile fare e che è proprio lì davanti a noi e si può rimanere bloccati in un modello di sofferenza. Con una mente nel presente, finalmente troviamo il nostro vero potere – quello della nostra consapevolezza.

In questo spazio di consapevolezza, accade qualcosa di magico: l’ordinario vive per noi. I nostri sensi diventano vivi e la vita diventa più ricca  proprio adesso e non solo quando avrò raggiunto delle mete sperate. Ci possono essere giorni in cui non abbiamo voglia di “lavorare” sulla consapevolezza. Siamo troppo occupati.

C’è troppo da fare. Ma la buona notizia è che, più si pratica semplici atti di consapevolezza, più è facile che nel tempo emerga naturalmente.

 

Jon Kabat-Zinn, pioniere della formazione Mindfulness, ha introdotto una pratica meravigliosa come parte di un regime di guarigione.

Puoi diventare consapevole della tua realtà attuale proprio ora e puoi guardare la tua vita come un fiore.

A presto le nostre giornate di Mindfulness. Resta collegato.

Grazie a D. Goleman  A Force for Good e J. Kabat-Zinn  Guided Mindfulness Meditation

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