Categoria: Notizie ed eventi

Separazione

Separazione: cosa si nasconde dietro la fine di una relazione?

La separazione è quasi sempre vissuta dai membri della coppia come un avvenimento traumatico, quasi un lutto. In che modo è possibile, quindi, aiutare una coppia a superare la fine di un amore? Analizziamolo insieme.

“Se fossi sicuro di dover condividere l’immortalità con certa gente, preferirei l’oblio in camere separate”. K. Kraus

È fuori di dubbio che la rottura di un legame affettivo porti ad un riassetto del mondo emotivo di entrambi i membri della coppia.   A volte il legame poteva essere addirittura garanzia dell’equilibrio psichico di uno o entrambi i membri. La separazione fa saltare quella stabilità che deriva dal sentirsi nella dinamica del dare e ricevere affetto e aiuto, stabilità che proviene anche dal condividere spazi e tempi, amici e familiari. Può mettere in dubbio il valore individuale, far sentire rifiutati o falliti.

separazione2In psicoterapia la separazione viene vista come un lutto e si affronta come l’elaborazione del lutto. Bisogna lavorare affinché tutte le emozioni collegate alla perdita affettiva vengano trattate, rese consapevoli, collocate in un quadro di insieme che dia significato al vissuto e consenta poi di lasciarlo andare, di chiudere con il passato e guardare avanti. Spesso possono emergere veri e propri traumi che, anche in questo caso richiederanno una metodologia e tecniche dedicate alla elaborazione evolutiva del trauma.

L’intollerabilità della sofferenza può portare ad alzare delle difese inossidabili, in cui la ferita si trasforma in necessità di ferire, se stesso o l’altro. Solo se sappiamo unirci sappiamo anche separarci, ma è vero anche il contrario, solo se sappiamo separarci possiamo ri-unirci. Ma non è un “sapere” sul piano cognitivo.

È un sapere dell’anima, del mondo emotivo, del rapporto con se stessi. Ecco perché a volte la volontà di separarsi non è veramente bisogno di separarsi dall’altro, bensì bisogno di non incontrare più parti proprie con le quali si è in conflitto.

E non riuscendo a risolvere tale conflitto interiore si cerca un “oggetto” esterno da lasciare, con l’illusione di aver risolto scenari interni drammatici – consci o inconsci. Anche l’unione può portarsi dietro il desiderio di risolvere ciò che il sé ritiene incompiuto. La possibilità di stare e mantenere un legame o di non restare nel legame, non ha solo a che fare col sentimento d’amore. I sentimenti resistono se c’è crescita, tolleranza all’altro, equilibrio fra dipendenza/indipendenza e intimità/unione.

Attenzione però: i sentimenti si bruciano se non accompagnati dalla consapevolezza, anzi si possono trasformare nel loro opposto: il rancore, la rabbia, la disistima. Giungendo a volte a comportamenti distruttivi, che il mondo dei giudici e avvocati conosce benissimo.

Distruttivi al punto da portare a quella situazione che viene denominata PAS (Parental Alienation Sindrome ), sindrome da alienazione genitoriale. Non è una vera e propria patologia, ma un insieme di azioni realizzate da una coppia di individui che, forse, non ha più niente in comune, tranne l’intolleranza alla frustrazione e la non coscienza delle conseguenze delle loro azioni manipolatorie sui figli.

Nell’aiutare le coppie a gestire con successo la fine della loro relazione, è essenziale comprendere le dinamiche esistenti all’interno della famiglia, perché queste influenzano fortemente cosa succede nel processo di separazione e cosa succederà dopo. E’ fondamentale concettualizzare eventi che possono sembrare irrazionali e paradossali all’interno di un quadro che dà significato e senso a questi eventi.

Ma cosa vuol dire gestire con successo? Il dolore, la tristezza, la rabbia possono scomparire? Come si può indirizzare il vissuto conflittuale in modo tale che possa essere utile a entrambi i membri della coppia per stimolare la propria personale crescita e consentire il dialogo post-separazione?

Come giustamente hanno affermato due autori Ahrons e Rodgers (1987):

“I matrimoni possono essere interrotti, le famiglie, specialmente quelle in cui ci sono bambini, continuano dopo l’interruzione coniugale … Lo fanno concentrandosi sui due genitori ex coniugi che si trovano in nuclei familiari separati, due nuclei a cui si devono riferire sia bambini che genitori, così come altri.”

Il dialogo allora si rende necessario soprattutto quando ci sono di mezzo dei figli che d’ora in poi si confronteranno con una sorta di  “famiglia binucleare”.

Cancro al seno - ottobre rosa

Cancro al seno: come migliorare la qualità della propria vita anche dopo la malattia?

Anche quest’anno torna il periodo dedicato ad un tema importante e delicato, quello del cancro al seno: con l’Ottobre Rosa, infatti, cogliamo l’opportunità per fare prevenzione, informazione e sensibilizzazione sull’argomento. Ed ecco perché anche io mi trovo a trattare questa tematica, ponendo l’accento sul miglioramento delle condizioni di vita delle donne affette da questo terribile male.

Attualmente medici e scienziati si chiedono come mai nonostante l’aumento delle scoperte di malattie e delle possibilità di curarle, nonostante la tecnologia che aiuta ogni attività del nostro quotidiano, nonostante il miglioramento dell’accesso alle informazioni, ecc., la vita di molte persone risente ancora di quel “mal di vivere” che elimina la gioia del vivere stesso.

E così, negli ultimi vent’anni, si è sviluppato un modo di guardare ai pazienti e al loro corpo non solo come eliminazione della malattia ma come attivazione di una qualità di vita: ecco quindi che si cercano quei punti di forza che possano supportare la guarigione, e non soltanto andando a sopprimere i punti di debolezza. Si parla in questi casi di educazione alla salute invece che di cura di una malattia.

La medicina ha sempre posto l’attenzione sulla patologia, lasciando da parte l’esperienza della malattia e le sue sequele psichiche.

Oggi è invece possibile dimostrare scientificamente che, dando attenzione terapeutica agli stati emotivi del paziente mentre si cura la loro condizione fisica, è possibile aumentare l’efficacia dei trattamenti e mantenerli costanti nel tempo per ripristinare possibilmente una soddisfacente qualità della vita .

Gli elementi che contribuiscono al miglioramento della qualità di vita della singola persona o di un gruppo sono molteplici; pertanto, questo è un concetto multidimensionale e multidisciplinare che descrive la piena e completa soddisfazione nei riguardi della propria vita. Non dal punto di vista obiettivo di osservazione esterna, quanto piuttosto una “valutazione soggettiva” che necessita del giudizio del diretto interessato.

Lavorando con le donne che hanno vissuto l’esperienza della malattia oncologica, ho voluto approfondire l’area concernente le disposizioni di vita tipiche che inducono alla ricerca di uno psicoterapeuta da parte delle donne. In particolare mi interessava comprendere cosa accade a una donna che ha una bassa qualità di vita e quali sono le sue conseguenze sul piano psicologico.

 

E’ chiaro che una persona che si ammala possa assistere ad un brutale abbassamento della propria qualità di vivere, tuttavia abbiamo notato che alcune persone reagiscono meglio di altre e questo non è solo dovuto “al loro carattere”. ma alle risorse che erano disponibili prima di ammalarsi, quindi anche al tipo di vita che conducevano.
Ho raccolto in letteratura la cosiddetta “Tipologia dei fattori di rischio per il disagio psicologico nella donna” :

 

 

1. Sovraccarico di lavoro e responsabilità
2. Restrizione/assenza delle attività e degli interessi personali
3. Restrizione/mancanza di relazioni e persone esterne di riferimento
4. Giudizi svalutativi da parte del contesto
5. Percezione soggettiva di incapacità
6. Riduzione/assenza del progetto personale
7. Presenza di malesseri fisici (oppure di una vera e propria malattia come quella oncologica)

Questi fattori sono stati enucleati come elementi di rischio per la patologia psichica e sono risultati essere fortemente collegati con il “disturbo psichico”.
I sette fattori non sono, però, elementi fissi e statici della vita della donna: essi sono in movimento ed in relazione tra loro, per cui a seconda della loro consistenza, qualità, composizione ed interrelazione possono dare luogo ad un disagio di differente ordine e grado.

Il primo fattore è il carico di lavoro o meglio il sovraccarico di lavoro caratterizzato dal lavoro familiare e dalla sovrapposizione del lavoro familiare con il lavoro extrafamiliare. Attorno ad esso si compongono e prendono posizione gli altri fattori.

Il secondo fattore, immediatamente connesso con l’assunzione di un determinato carico di lavoro, è la frequente riduzione degli spazi di interesse personale.

Il terzo fattore è la mancanza di gruppi o persone alleate, con punti di vista favorevoli a quelli del soggetto. La mancanza di una rete relazionale siffatta e specifica è connessa con l’assunzione di carichi limitanti la libera espressione di sé.

Artcolo Ottobre RosaIl quarto fattore è quello costituito dalla riduzione progressiva di un progetto personale per alcune persone diviene chiusura e fallimento del progetto personale in toto. Il quinto fattore é quello rappresentato dalle percezioni soggettive di incapacità personale, è quando si mettono in dubbio le capacità personali: la persona comincia a sentirsi incapace e inadeguata e viene meno l’autostima.
Il sesto fattore é quello costituito dai giudizi svalutanti espressi dal contesto. Infine il settimo fattore è quello costituito dai segnali fisici di stanchezza quando non sono più interpretati come normale reazione ad un carico eccessivo, ma come evidenze patologiche che segnalano l’ingresso del corpo e della mente nel circuito della patologia.

 

 

La stanchezza può essere accompagnata dalla perdita di una motivazione personale e del valore di sé.

E’ purtroppo noto quanto la malattia stessa induca delle conseguenze sul piano psico-fisico. Sul piano fisico, invece, la situazione va valutata caso per caso.
Sul piano psichico siamo in presenza di uno stress emozionale, e grazie a vari strumenti di misurazione, o comunque un buon colloquio con un/a psicologo/a, è possibile avere un quadro più chiaro riguardo a stati di:

1) tensione-ansia
2) depressione-malinconia
3) ira-ostilità
4) energia-attività
5) fatica-inerzia
6) confusione.

Fare una buona analisi sulla propria qualità di vita, prima di ammalarsi, aiuta le possibilità e potenzialità di recupero dopo la malattia. Mentre attenuare le condizioni di sofferenza psico-fisica migliorerà la percezione individuale collegata allo stato di sofferenza. E in questa complessità sistemica fra il prima e il dopo, fra percezione ed elaborazione, si potranno meglio attivare le proprie risorse di resilienza e ricostruzione.

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Mindfullness Gabriella Manno

Approccio Mindfulness: cos’è e come possiamo applicarlo nella nostra vita?

Spesso siamo immersi nei ricordi del passato, oppure passiamo troppo tempo a progettare il futuro per ricordarci che il presente è l’unico tempo che abbiamo a nostra disposizione. L’approccio Mindfulness, però, ci può aiutare a rientrare in contatto con la realtà che stiamo vivendo, e diventare un aiuto prezioso per le nostre vite.

C’è una storia interessante su una donna inseguita da una tigre. Lei corre per salvarsi la vita e arriva al limite di una scogliera. Qui nota una vigna robusta e scende giù dalla vite per sfuggire al suo inseguitore, solo per rendersi conto che c’è un’altra tigre in fondo alla montagna che la sta aspettando!

Poi vede due topi correre fra le viti, rovinandole e mentre le osserva nota una fragola, una fragola selvaggia, che cresce proprio lì ad un centimetro di distanza. Guarda in alto. Guarda giù. Guarda i topi. Poi, mangia la fragola.

Un sapore succulento si spande nella sua bocca, e lei sente i minuscoli semi tra i denti. C’è un placido vento tutto intorno e nota che una brezza leggera le accarezza la pelle e  i capelli, mentre guarda l’orizzonte gustando con la vista, il corpo, le emozioni quell’istante.

Questa vecchia e ben nota storia buddista veniva raccontata agli studenti principianti e ha sicuramente diverse interpretazioni. Ma la cosa che si percepisce è che si tratta certamente di una storia di consapevolezza.

La consapevolezza è una “consapevolezza dell’esperienza del presente pulita da qualunque giudizio“.  La protagonista non “resta” nel passato (la tigre che la insegue – il trauma) o si proietta nel futuro (la tigre che la aspetta – ansia) ma è attratta dal presente, la fragola e ne gode, potremmo dire, oggetto, azione e contesto.

MindfulnessLa consapevolezza è un concetto buddista di 2.600 anni che è stato solo recentemente valorizzato in molteplici impostazioni cliniche, portando a molti risultati positivi. Nella pratica spirituale si dice che sia l’antidoto all’illusione. Si scopre che quando stiamo prestando attenzione a “che cosa è”  in questo momento e non la giudichiamo, non siamo ossessionati da tutti i pensieri negativi che potrebbero invaderci nella nostra situazione attuale (ruminazione) o portarci a preoccuparci di potenziali futuri disastri.

Siamo semplicemente qui, ora, notando ciò che è senza giudicarlo.

La teoria della Gestalt ha sviluppato grandemente questo concetto realizzando un metodo e una serie di tecniche per il lavoro psicoterapeutico. Gli effetti della consapevolezza nel qui e ora, hanno molte implicazioni (anche in rete si trovano molti studi psicologici, neurologici e altro). Ma non è facile spiegare a parole i benefici che ne derivano. Bisogna sperimentare.

Le nostre menti tendono a essere ossessionate dai problemi, mettiamo in atto strani giochi per cercare di controllare cose che non possiamo controllare:

Se finisco in tempo questo lavoro la sera succederà qualcosa di buono, se mi alzo col piede destro avrò una bella giornata.

Ci chiudiamo alle possibilità di usare al meglio il nostro potenziale di problem solving bloccando la creatività in regole e aspettative. Invece il nostro stato naturale è quello di espandersi, di esplorare, di aprirsi al nuovo.

Con una mente distratta, ci manca molto di ciò che è possibile fare e che è proprio lì davanti a noi e si può rimanere bloccati in un modello di sofferenza. Con una mente nel presente, finalmente troviamo il nostro vero potere – quello della nostra consapevolezza.

In questo spazio di consapevolezza, accade qualcosa di magico: l’ordinario vive per noi. I nostri sensi diventano vivi e la vita diventa più ricca  proprio adesso e non solo quando avrò raggiunto delle mete sperate. Ci possono essere giorni in cui non abbiamo voglia di “lavorare” sulla consapevolezza. Siamo troppo occupati.

C’è troppo da fare. Ma la buona notizia è che, più si pratica semplici atti di consapevolezza, più è facile che nel tempo emerga naturalmente.

 

Jon Kabat-Zinn, pioniere della formazione Mindfulness, ha introdotto una pratica meravigliosa come parte di un regime di guarigione.

Puoi diventare consapevole della tua realtà attuale proprio ora e puoi guardare la tua vita come un fiore.

A presto le nostre giornate di Mindfulness. Resta collegato.

Grazie a D. Goleman  A Force for Good e J. Kabat-Zinn  Guided Mindfulness Meditation

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Fiducia o Sfiducia Gabriella Manno

Fiducia o sfiducia?

Molte persone mi chiedono se la fiducia in qualcuno è qualcosa che va coltivata o è naturalmente data dall’istinto.

Giovanna crede fermamente che la fiducia provata in una persona sulla base dell’impressione iniziale, è quella che conterà anche dopo. Non è mai riuscita a creare una relazione di fiducia nel tempo con chi ha sentito distante o con coloro con cui ha provato diffidenza nei primi momenti di conversazione.

Cosa ne pensate? Anche voi come Giovanna vi fidate della prima impressione per…potervi fidare?

Fiducia Gabriella Manno

Premetto che la fiducia possiamo concettualizzarla come la disposizione personale a credere in qualcuno sulla base di aspetti emotivi e razionali provenienti dal nostro interno. A differenza della “fede” che ha un carattere di assolutezza e può essere caratterizzata da una relazione che non considera l’esame di realtà e può addirittura essere il prodotto di una proiezione onnipotente, la “fiducia” avviene fra persone reali e tiene conto di una esperienza del percepito e del sentito.

Avviene quindi all’interno di un’interazione. Anzi posso affermare con certezza che la fiducia diventa necessaria nelle relazioni umane in cui vi è uno scambio emozionale.

Ritornando a Giovanna direi che ogni persona, in base al suo background culturale ed esperienziale, può fidarsi di qualcuno tenendo conto di più e diversi elementi.

C’è chi ha imparato dalla vita a fidarsi del proprio istinto e chi, invece, preferisce prendere inizialmente le distanze e poi attraverso la conoscenza dell’altro assimilare “prove” a sostegno della sua autenticità.

C’è anche chi, provando un sentimento positivo nei confronti di qualcuno, fa in modo di coltivare comportamenti di reciproca condivisione ed arricchire così il vissuto emotivo di entrambi.

La fiducia però non è qualcosa di statico, non è che una volta conquistata rimane lì per sempre. Essa presuppone una costante sintonizzazione sia razionale che affettiva.

Questo vuol dire che le mie aspettative di fiducia o sfiducia in una relazione, possono influire con quello che accadrà dopo.

Sappiamo infatti che il sentire e i pensieri influenzano come ci si pone di fronte all’altro, come si interagisce e come si interpreta il comportamento altrui. Ecco perché è sempre importante la consapevolezza, l’affidarsi non cieco a se stessi ma cosciente, stare nel qui e ora della relazione e fare spontaneamente fluire il sentire. In tal modo e se tale processo è reciproco, si crea un’opportunità sintonica in cui la fiducia può crescere e svilupparsi.

Oppure fidandosi di se stessi… andare oltre!

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Separazione

Separazione: cosa si nasconde dietro la fine di una relazione?

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